Rassegna dei siti sulla sicurezza sul lavoro

 

CHI FUMA AVVELENA ANCHE TE…

Segnaliamo un manuale dell’Ispesl per il controllo del fumo di tabacco negli ambienti di lavoro  e con l’occasione ricordiamo che L’Organizzazione mondiale della sanità definisce il fumo di tabacco come “la più grande minaccia per la salute nella regione europea” e promuove, da anni, varie strategie per contrastare il fenomeno del tabagismo e implementare stili di vita sani. Quando si parla di fumo, si deve considerare anche l’importanza dell’esposizione al fumo passivo, causa sicura di malattie tumorali, cardiovascolari e broncopolmonari.
Le strategie di prevenzione del tabagismo non possono, pertanto, escludere interventi di prevenzione nei luoghi di lavoro che costituiscono un ambito particolarmente favorevole ad azioni di promozione della salute. La maggior parte della popolazione adulta, infatti, trascorre parecchie ore della propria giornata al lavoro; nelle comunità lavorative, inoltre, le persone imparano a responsabilizzarsi rispetto agli altri, favorendo la realizzazione personale e la partecipazione sociale; l’acquisizione di conoscenze e i cambiamenti negli stili di vita dei lavoratori si ripercuotono, infine, favorevolmente nella vita familiare e sociale, moltiplicando i benefici delle azioni intraprese.
Il manuale si propone come valido supporto per il datore di lavoro che vuole essere in regola con le norme sul divieto del fumo e sulla sicurezza sul lavoro, ma desidera anche adoperarsi per migliorare il benessere e i rapporti fra i propri dipendenti. Uno studio sui lavoratori di un’acciaieria ha dimostrato che anche il rischio di ipoacusia per le alte frequenze era maggiore nei soggetti che fumavano e che l’entità dell’effetto combinato del fumo e dell’esposizione professionale a rumore era all’incirca pari alla somma degli effetti indipendenti dei due fattori.

A COME AGRICOLTURA

Il nostro paese detiene il primato a livello comunitario, sia per superficie agricola utilizzata, sia per numero di prodotti a denominazione di origine tutelata. Gli ultimi riconoscimenti da parte della Ue sono stati la “Patata di Bologna” e il “Sedano bianco di Sperlonga” . Questo particolare settore di nicchia ha un fatturato al consumo di circa 9 miliardi di euro ed un export di circa 2 miliardi che dà lavoro, tra attività dirette e indotto, a più di 300mila persone rappresentando una risorsa insostituibile per l’economia locale. 
D’altra parte, si consolida il trend decrescente per occupati e infortuni sul lavoro: nel 2009 l’Istat rileva una flessione del 2,3% dei lavoratori agricoli, in linea con il calo infortunistico registrato dall’Inail nel 1° semestre (-2,2%).
Il 2010 è l’anno del censimento decennale dell’Agricoltura. Intanto il 2009 è stato un anno “nero” per il settore: secondo la Confederazione italiana agricoltori, la crisi economica ha costretto, nell’ultimo anno, 30mila imprese a cessare l’attività e comportato un calo della produzione del 3,8%. In diminuzione, d’altro canto, anche i primi dati infortunistici rilevati dall’Inail per il 2009 e relativi al I° semestre: le denunce sono calate, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, da 26.034 a 25.473 (-2,2%), in complesso, e da 59 a 55 (-6,8%) per i casi mortali. Nel 2008, le vittime erano state 125, l’11% dei decessi sul lavoro registrati nel complesso delle attività (1.120), a fronte di un’incidenza tra gli occupati del 3,8% (895mila su 23,4 milioni, fonte Istat). Molto elevato, quindi, il rischio di infortunio letale tra gli agricoltori, con un’incidenza delle denunce sugli occupati  praticamente tripla rispetto alla media dei lavoratori dell’Industria e servizi (rispettivamente 0,14 e 0,04 per mille).

QUEL LAVORO NERO CHE SFUGGE ALLE MAGLIE DELLA PREVENZIONE

La recente audizione alla Camera dei deputati del presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, ha messo in evidenza come il lavoro nero e irregolare sia un fenomeno diffuso a livello europeo, ma che in Italia assume forme e connotazioni tali che le azioni di contrasto, per essere efficaci, devono operare in più direzioni. La rilevanza che assumono le piccole imprese nel tessuto produttivo, il persistere di forti divari territoriali di sviluppo, il peso economico dei settori produttivi labour intensive sono alcuni degli aspetti che rendono il nostro paese permeabile alla presenza di lavoro non regolare.
La rapida evoluzione dei flussi migratori a partire dagli anni Novanta ha contribuito a segmentare il nostro mercato del lavoro e ad accrescere il dualismo tra occupazione regolare e non regolare. Il ricorso al lavoro non regolare, con il conseguente risparmio in termini di imposte e contributi, risulta conveniente sia per le imprese così come per le famiglie nella loro veste di datori di lavoro che impiegano colf o badanti. Il fenomeno, per sua natura difficilmente osservabile, è segnalato dagli ispettori dell’Inps, dell’Inail e del ministero del Lavoro, la cui attività di vigilanza evidenzia come il ricorso da parte delle imprese a forme di irregolarità lavorativa tenda a crescere nel tempo e a cambiare forma. L’utilizzo di lavoro dipendente falsamente regolato da contratti di collaborazione coordinata e continuativa, la sottodichiarazione delle ore di lavoro o delle remunerazioni corrisposte ai propri dipendenti, il ricorso al lavoro degli immigrati clandestini e al lavoro minorile sono alcune delle irregolarità accertate quotidianamente dagli ispettori.

EUROSTAT SU LAVORO E INFORTUNI: LA DIFFERENZA TRA UOMINI E DONNE

Eurostat ha fotografato le differenze tra la realtà occupazionale femminile e quella maschile in Europa: a gennaio 2010 per la prima volta dopo dieci anni, il tasso di disoccupazione della Ue 27 è stato più alto per gli uomini che per le donne (9,7% contro 9,3%). Tuttavia, l’Italia si distingue avendo il tasso di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa, 46,1%, inferiore di circa 12 punti rispetto a quello medio dell’Ue 27 (58,7%). Secondo le ultime stime Istat, in Italia le donne occupate ammontano a 9,2 milioni, rappresentano il 40% del complesso degli occupati e sono concentrate prevalentemente nel centro-nord. Infatti, ad un tasso di occupazione femminile del 30,8% nel meridione, si contrappone un 56% circa nel nord. Il generale calo dell’occupazione registrato nel nostro paese nell’ultimo anno, a causa della crisi (22,9 milioni di occupati a gennaio 2010 contro i 23,2 del gennaio 2009, -1,3%), ha colpito entrambi i sessi ma, nell’industria, per le “tute rosa” la diminuzione è stata più che doppia rispetto a quella delle “tute blu” (-10,5% contro -4,2%).
Per gli infortuni sul lavoro, invece, la diminuzione è stata più sensibile per gli uomini che per le donne, per le quali nel 2008 sono state poco più di 250.000 le denunce, di cui 87 mortali.
In Italia, a fronte di un 40% circa di occupate, l’incidenza infortunistica risulta pari al 28,6%, che si riduce al 7,8% per i casi mortali. Se però si considerano i soli infortuni in itinere, le percentuali  salgono rispettivamente al 47,6% e al 18,2%. I settori con maggior incidenza infortunistica femminile sono quelli del personale domestico, della sanità e dei servizi sociali (rispettivamente 89,3% e 74,5%), notoriamente a basso rischio. L’età media all’infortunio è 47 anni per le agricole e 39 per le lavoratrici dell’industria e servizi. L’8% degli infortuni in agricoltura riguarda donne straniere, in particolare rumene, albanesi e polacche, invece nell’industria e servizi la percentuale sale al 13,5 e coinvolge principalmente rumene, marocchine e albanesi.

UNA SENTENZA DELLA CASSAZIONE  SUL REGRESSO DELL’INAIL

La responsabilità conseguente alla violazione dell’art. 2087 c.c. per inosservanza delle misure di sicurezza sul lavoro ha natura contrattuale, sicché l’Istituto che agisca in via di regresso deve allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa e del danno, nonché il nesso causale di questo con la prestazione, mentre il datore di lavoro deve provare che il danno è dipeso da causa a lui non imputabile, e cioè  di aver adempiuto al suo obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno, e che gli esiti dannosi sono stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile ( Cass. n. 10529/2008, n. 10441/2007).
In tale sentenza, la Corte riteneva provata la responsabilità dei convenuti perché, in violazione degli accorgimenti richiesti dal dpr n. 164 del 1956, artt. 53 e 54, il carro sul quale era montata la scala aerea non era stato posizionato su base non cedevole, ma era stato posto su terreno sconnesso pareggiato con delle tavole, e la scala non era stata posta in modo ortogonale, bensì orizzontale rispetto alla facciata della chiesa da pulire. Rilevava che il comportamento nell’occasione tenuto dai due operai addetti al diserbaggio della facciata di una chiesa non presentava elementi di eccezionalità e di abnormità  tali da escludere la responsabilità del datore di lavoro, tenuto a vigilare circa l’osservanza delle norme di sicurezza.
La giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente affermato che nell’assicurazione della responsabilità civile, l’art. 1917 c.c. prevede che l’assicuratore è obbligato a tenere indenne l’assicurato di quanto questo deve pagare al terzo danneggiato in dipendenza della responsabilità dedotta nel contratto, compresi gli interessi e la rivalutazione, entro e non oltre il limite stabilito nel contratto e che il superamento di tale limite è consentito soltanto ove l’assicuratore gestisca il rapporto assicurativo in violazione del principio di buona fede (Cass. n. 12239/1998, n. 10036/2004, n. 14776/2006).

UNA CAMPAGNA INFORMATIVA PER PREVENIRE LE CADUTE

In Svizzera, Suva (l’istituto che lì corrisponde all’Inail) ha promosso una campagna di prevenzione per ridurre le cadute in piano, producendo un video per aumentare la consapevolezza, le cause delle cadute, le misure di prevenzione e le attività di formazione e informazione per i lavoratori. Lo slogan della campagna è “Le cadute in piano provocano più feriti degli incidenti in auto”.
C’è, dunque, una forte sottovalutazione del pericolo di cadere e di farsi male quando si cammina, ma in realtà gli infortuni dovuti a una caduta in piano sono più numerosi degli incidenti in auto. Le cause delle cadute sono in genere provocate da problemi di natura tecnica, organizzativa o personale. Fra le cause di natura tecnica ricordiamo i pavimenti usurati e scivolosi (liquidi, dislivelli, ghiaccio, neve), calzature non adatte, illuminazione scarsa o assente del tutto, mancanza di un corrimano sulle scale, eccetera. Fra quelle organizzative, scarsa sensibilizzazione nei confronti del problema, stress, fretta, cassettiere aperte, groviglio di cavi negli uffici o nelle sale riunioni; zone di pericolo non, o scarsamente, segnalate; direttive poco chiare o del tutto trascurate, eccetera”.  Fra le cause di natura personale, ricordiamo gli oggetti lasciati a terra, disordine, distrazione, telefonare o scrivere messaggini mentre si cammina, pigrizia, sottovalutazione del rischio . Anche la scarsa condizione fisica, il calo delle forze o della coordinazione dei movimenti, in età avanzata, possono aumentare il rischio di caduta.

SNOP E SINP

Il Testo unico, all’articolo 8, prevede la partecipazione delle parti sociali al Sinp (Sistema informativo nazionale per la prevenzione), evidentemente nella consapevolezza che la collaborazione tra Istituzioni e parti sociali può risultare fondamentale per perseguire l’obiettivo della crescita della cultura della sicurezza, da più parti auspicato come elemento chiave per migliorare significativamente le condizioni e la sicurezza nei luoghi di lavoro e prevenire in maniera efficace gli eventi dannosi per la salute che in tali luoghi possono determinarsi.
Nel quadro del Sinp, la suddetta collaborazione potrebbe realizzarsi per lo Snop attraverso un Osservatorio nazionale, attivato per definire priorità di approfondimento sulle cause e dinamiche degli infortuni sul lavoro e sull’insorgenza di malattie professionali ai fini dei possibili interventi di prevenzione, per produrre ed aggiornare materiali e strumenti informativi e formativi, oltre che per progettare e realizzare iniziative ed azioni mirate sul territorio, a supporto diretto dei lavoratori e dei datori di lavoro.

L’AGENZIA EUROPEA SU TWITTER

L'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro è ora su Twitter. Questo nuovo mezzo di comunicazione offre aggiornamenti flash sui prossimi eventi, novità, comunicati stampa, pubblicazioni, post di blog, web teaser, filmati su Youtube, materiali audiovisivi, ecc.

CELLE FRIGORIFERE E DPI

I lavoratori che prestano la loro attività in ambienti a basse temperature devono essere dotati, in virtù della disciplina dettata in generale dal titolo III del T.U 81/08., di dispositivi di protezione individuale idonei a garantire loro adeguata protezione contro il freddo (giubbotti, guanti, tute, ecc). In particolare, l’art. 63 del T.U., comma 1, rinvia all’allegato IV per le disposizioni di dettaglio inerenti la sicurezza nei luoghi di lavoro, prevedendo al punto 1.9.2.5., in relazione all’argomento in esame, che “quando non è conveniente modificare la temperatura di tutto l’ambiente, si deve provvedere alla difesa dei lavoratori contro le temperature troppo alte o troppo basse mediante misure tecniche localizzate o mezzi personali di protezione”. A tal uopo è essenziale, tra l’altro, la conoscenza degli ambienti e la individuazione di ”rischi interferenziali”, che possono sussistere per il fatto che, nel medesimo contesto, si trovano ad operare addetti con mansioni diverse (addetti ad attività di installazione, manutenzioni edilizie, attività di produzione, ecc.) e dei rischi ambientali e intrinseci.

ATTENZIONE A CERTE INIZIATIVE

Da un articolo del Sole 24 ore – scrive Diario della prevenzione – si viene a sapere che alcune Agenzie formative offriranno on line Corsi  per apprendere  a misurare lo stress dei dipendenti ....
Temiamo molto, aggiunge la nota, l'inflazione delle attività di psicologia correlate al lavoro quando queste vanno a sostituire da una parte una corretta valutazione dei rischi derivanti dalle "miopie organizzative" dall'altra quando queste attività rischiano di surrogare corrette relazioni sindacali e di contrattazione delle condizioni di lavoro. L'impressione di chi scrive è che il fervore e lo zelo con il quale si mettono in cantiere queste iniziative non sia  proporzionale alla necessaria cautela e prudenza con la quale sarebbe necessario operare quando si va ad agire con la soggettività delle persone.

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